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Oratorio di San Salvatore

immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra) L'organizzazione pievana nella diocesi di Novara risale all'età Carolingia e culmina con gli episcopati franchi del IX secolo, quando l'episcopato novarese decide di dare alla diocesi un assetto durevole attraverso una ristrutturazione dei territori rurali istituendo e mantenendo su nuove basi la complessa rete di chiese battesimali capaci di inquadrare con sicurezza i fedeli e le campagne su cui essi dimorarono.
Lo scopo fu quello di far convergere le popolazioni contadine in precisi centri di culto, ormai denominati "plebes" o pievi, ove esse potessero non solo ricevere il sacramento battesimale, ma in generale tutti i "numera spiritualia" necessari per la salvezza dell'anima.
Il pievano di Dulzago guidava l'attività religiosa dei sacerdoti che officiavano le chiese dipendenti ed era responsabile della pastorale del territorio, giacchè alla sua chiesa erano obbligati ad intervenire tutti i fedeli della pieve per la celebrazione degli scrutini avanti Pasqua e la Pentecoste, prima che si procedesse all'amministrazione del Battesimo ai bambini.
immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra) L'assetto del territorio pievano di Dulzago agli inizi dell'XI secolo era delimitato a levante dal Ticino, a mezzogiorno dalla pieve di Novara e ad occidente da quella di Proh. Dal liber Extimi Cleri Civitatis Novarie et Episcopatus della metà del trecento, si apprende che la pieve di Dulzago comprendeva le chiese di San Salvatore, Santa Maria e San Lupo di Caltignaga, la chiesa di San Nazzaro e Celso di Sologno e quella di San Lorenzo di Alzate oltre che naturalmente l'ecclesia plebis et baptisterium Sancti Johannis Baptiste di Dulzago. A queste vanno aggiunte, come si può desumere da un testimoniale del XII secolo, la chiesa di San Giulio della Badia, la chiesa di Santa Maria di Linduno e le chiese di San Quirico e San Vito di Cavagliano.
Nell'XI secolo il centro di Dulzago attraeva ancora la popolazione del territorio circostante, ma giacchè era in crisi la società dei liberi proprietari terrieri, era destinato ad una sicura decadenza. Al contrario la famiglia del "miles Guglielmo da Caltignaga", che nel 1022 aveva partecipato ad un placito del Conte di Pomello, raggiunse la più alta dignità feudale tra i vassalli episcopali, vale a dire ottenne la concessione del feudo capitanale di pieve con l'obbligo di svolgere nell'esercito del Vescovo la funzione di gonfaloniere, cambiando forse per questo il cognome "da Caltignaga" con quello di "Gonfalonieri" durante l'episcopato del Vescovo Wiberto (1302-1339).
immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra)Alla fine del XII secolo i gonfalonieri oltre a possedere terreni già tenuti dagli antenati nei luoghi di Caltignaga, Oleggio, Galnago e Casalvolone, estendevano i loro possedimenti a Dulzago, Momo e Suno. Va anche ricordato che Airaldo Gonfalonieri, detto Guaracco, divenne preposito della canonica regolare riformata di Santa Croce di Mortasa dal 1089 al 1099 e l'anno successivo Vescovo di Genova e la sua influenza determinò lo sviluppo delle comunità dei canonici regolari presso la Chiesa di San Michele di Cameri e San Giulio di Dulzago.
Dalle "consignationes beneficiorum Diocesis Novariensis factae anno 1347 tempore reverendi domini Guilielmi Episcopi" risulta che la famiglia Gonfalonieri aveva ancora dei possedimenti a Caltignaga e manteneva il diritto di nomina del preposto e di due chierici della chiesa di San Salvatore, anche se la sua potenza politica ed economica era molto ridotta a differenza della famiglia novarese dei Caccia che a quell'epoca possedeva a Caltignaga oltre una grande quantità di terreni, il castello ed il tutorato di San Lupo.

L'Architettura

immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra) Analizzando le caratteristiche architettoniche degli oratori della bassa novarese a noi pervenuti in stato abbastanza integro ed omogeneo, si nota la ricorrente tipologia dell'edificio dalle ridotte dimensioni tale da creare strutture al servizio di piccoli nuclei abitativi disseminati su un vasto territorio. In origine si presentavano con caratteristiche pressoché costanti: l'edificio, a pianta rettangolare della geometria quasi mai perfetta, era concluso ad oriente da un'abside curvilinea e presentava un ingresso sul fronte e uno sul lato meridionale.
La facciata dal profilo a capanna aveva la porta d'ingresso una finestrella a croce od a oculo. Piccole finestrelle centinate erano ricavate nell'emiciclo absidale e sul fianco sud verso il presbiterio. La copertura era a capriate scoperte.
Questa tipologia è riscontrabile nell'oratorio di San Salvatore a Caltignaga, posto fuori dall'abitato nell'attuale cimitero. La prima menzione esplicita della fondazione è del 1074. Nel 1347 aveva un preposito e due chierici beneficiari.
L'edificio orientato secondo la tradizione con l'abside a levante, è ad aula unica. La pianta si presenta a forma trapezoidale molto accentuata (c, 654 e cm. 512) conclusa da un catino absidale semicircolare. Questa pianta trapezoidale è presente anche nel San Nazzaro e Celso di Sologno.
L'interno rispecchia la semplicità del suo impianto con l'abside preceduta da una breve volta a tronco di cono che si innesta su spalle leggermente divergenti in modo da creare un arco trionfale. Il livello del presbiterio è differenziato da un basso gradino. La facciata, senza decorazione, mantiene la forma a capanna su cui è stata ricavata una finestrella a croce posta immediatamente sotto la trave di colmo.
immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra) La posizione di questa trave non proprio corretta dal punto di vista statico-costruttivo, induce alla supposizione di un rilassamento nel tempo della copertura, del resto confermata all'interno dalla bassa controsoffittatura, coprente parte degli affreschi dell'arco trionfale (Annunciazione). Questo intervento di rimaneggiamento della parte superiore delle pareti laterali ha comportato la demolizione di una probabile cornice con archetti. Ipotesi convincente se si confronta il coevo oratorio di San Nazzaro e Celso, dove sono ancora visibili le tracce degli archetti di coronamento delle pareti laterali.
La porta di ingresso presenta un architrave curvo di epoca secentesca che ha modificato la lunetta originale. Sotto la finestrella a croce, leggermente spostata a destra, è stata ricavata in epoca settecentesca una finestrella a profilo rettangolare.
La muratura del fianco sud, scarsamente leggibile per gli strati di intonaco sovrapposti in epoche successive, si presenta liscia, senza lesene ed archetti, con una sola finestra cinquecentesca in origine contornata da una fascia di intonaco "fino" bianco. Questa finestra è stata ridotta successivamente nella parte inferiore.
All'altezza del presbiterio una porzione di arco in mattoni ben disposti denuncia l'esistenza in origine di una porta, murata probabilmente nel XV secolo. Su questo fianco non si denotano tracce del campanile i cui ultimi resti crollarono tra la fine del cinquecento e gli inizi del seicento.
Sul fianco settentrionale è ben visibile l'apparato murario costituito da materiale vario: ciottoli, frammenti di laterizio disposti disordinatamente su spessi strati di malta e alternati da corsi regolari di mattoni di reimpiego. Dalle parti di intonaco staccatesi dalla facciata si nota come la muratura di questa parete sia costituita da corsi orizzontali di mattoni alternati a strati di ciottoli disposti a spina di pesce anche questi annegati in spessi letti di malta.
L'abside, ampia e piuttosto tozza, presenta alla base un robusto basamento e la parte superiore è coronata da una serie di archetti pensili molto irregolari poggianti su rozze mensoline cuneiformi. Su questa parete in origine si aprivano tre monofore a doppio strombo con piano orizzontale e apertura architravante. Le due laterali sono ancora esistenti mentre la terza, posta al centro del catino absidale, è solo leggibile sotto l'intonaco esterno poichè la parte interna è stata murata nella seconda metà del quattrocento in occasione della realizzazione del ciclo di affreschi di Giovanni de Campo e della sua bottega.
Secondo il Verzone l'edificio è databile all'ultimo quarto dell'IX secolo ed è collegabile al San Nazzaro e Celso si Sologno ed al San Pietro di Casalino.

I De Campo

immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra) A partire dalla seconda metà del XV secolo e per buona parte del XVI secolo, nella chiese romaniche della diocesi di Novara si sviluppa una notevole produzione di pittura murale: gli affreschi, alcuni firmati, altri siglati, altri solo datati, denunciano una iconografia omogenea e costante, anche se distinta dalla autonomia culturale delle singole botteghe.
L'attività pittorica di questo periodo si raggruppò essenzialmente attorno alle botteghe dei de Campo, dei Cagnoli, dei Merli, dei De Bosis e dei Canta.
Giovanni e Luca De Campo sono pittori novaresi operanti in area novarese e valsesiana tra il 1440 ed il 1483 Di Giovanni (Johannes de Campis) non si conoscono le date di nascita e di morte ma solo una citazione notarile del 27 novembre 1483 riguardante il figlio Luca, anch'esso pittore, in cui è detto "figlio di Fu Giovanni". La sua attività pittorica riconosciuta risale al 1440 anno in cui data e firma il ciclo del affreschi di Santa Maria di Armeno.
Sulla base degli affreschi di Armeno è stato possibile agli studiosi ricostruire l'attività di Giovanni e della sua bottega e indagare sulla sua personalità e cultura.
Di particolare rilievo per qualità pittoriche e per il suo stato di conservazione sono il Giudizio Universale a Biandrate datato 1444 ed il Giudizio Universale del Battistero di Novara dipinto presumibilmente verso il 1450.
Nel 1450 firma e data gli affreschi della cappella de Bergiochis al piano superiore del nartece nell'antico duomo di Novara andati distrutti nel 1865. Da documenti settecenteschi si apprende che il tema riguardava le storie di San Biagio, Santa Cecilia e Sant'Agnese.
A questo periodo va aggiunta la decorazione della chiesa di San Giovanni Battista a Varallo la cui attribuzione è confermata dalla documentazione conservata presso l'Archivio storico Civico di Milano, nella quale è riportata un'iscrizione contenete la firma dell'autore. Di questo ciclo oggi rimangono alcune parti piuttosto deteriorate della Risurrezione e della Pentecoste.
Altre opere attribuibili a Giovanni appartengono tutte alla seconda metà del quattrocento. Del 1461 è il ciclo pittorico dell'oratorio dei Santi Nazzaro e Celso di Sologno e dell'anno successivo (1462) gli affreschi nella chiesa della Madonna del Ponte di Fervento.
Nel 1463 continua la sua attività probabilmente con la collaborazione del figlio Luca, nel ciclo di affreschi anonimi, ma datati, nell'oratorio della Mora di Briona, di San Pantaleone ad Oro di Boccioleto nel 1476 e di San Salvatore di Caltignaga.
Secondo V.Bertone " (...) il dato che emerge dall'analisi complessiva delle opere di questi due artisti è il ruolo di primo piano che essi svolsero nella divulgazione del gusto tardo-gotico in tutto il territorio novarese e valsesiano".
Di questo periodo sono pure l'affresco della Vergine con Bambino nella lunetta della canonica vecchia di Novara e gli affreschi nella chiesa di Sant'Alessandro a Briona e San Salvatore e San Michele a Massino Visconti, di San Martino a Vicolungo e quelli raffiguranti Santa Caterina d'Alessandria e San Nicola di Bari nella basilica di San Giulio a Orta.
Inoltre presso il Museo Civico di Novara sono depositati gli affreschi staccati dalle chiese di San Michele di Suno e di Santa Maria di Commedia.
Come si è detto bisogna ricordare la presenza in area novarese del figlio Luca il quale oltre ad avere collaborato col padre, ha svolto attività propria del settimo decennio del XV secolo.
Di lui si conoscono due opere firmate e datate. nel 1468, chiamato da Bassiano Calco, preposito di Dulzago, esegue i misteri della Vergine Maria nell'oratorio di Santa Maria di Linduno, e nel 1481 compie un ciclo di affreschi nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Rima.

Gli Affreschi

immagine ingrandita Oratorio di San Salvatore (apre in nuova finestra) Gli affreschi dell'oratorio di San Salvatore di Caltignaga appartengono dunque alla produzione di opere attribuibili a Giovanni De Campo e alla sua bottega. Solo il primo riquadro sulla parete di sinistra, verso il presbiterio, in cui sono raffigurati la Madonna in trono con Bambino tra angeli e ai lati San Rocco e San Pietro, appare più tardo e di mano diversa.
Il ciclo del De Campo inizia sulla stessa parete con un San Francesco che riceve le stigmate. L'opera presenta notevoli analogie con il San Francesco dipinto dallo stesso pittore nell'oratorio di San Nazzaro e Celso a Sbologno, dal quale differisce per alcune varianti: il fraticello che assiste, anziché nel riquadro sottostante come a Sbologno qui è collocato davanti a San Francesco mentre il falco, che a Sbologno è davanti, qui è posto dietro al Santo. Le due raffigurazioni del poverello di Assisi sono molto simili: inginocchiato, in estasi, con le mani alzate verso il Cristo con le ali di Serafino, mostra la ferita del costato attraverso la lacerazione del saio. L'iconografia è riconducibile a quella proposta da Giotto nella cappella dei Bardi della Chiesa di Santa Croce che divenne una sorta di prototipo con incontrastata fortuna: Giotto porta una innovazione nella direzione dei raggi che non sono più speculari, ma seguono una nuova traiettoria: la mano destra del Cristo è congiunta dal raggio con la destra di Francesco, la sinistra con la sinistra e così di seguito. Conclude la parete il riquadro con San Biagio benedicente con gli abiti e le insegne della dignità episcopale.
Ai lati dell'arco trionfale nella collocazione tradizionale, è raffigurata l'annunciazione: sinistra l'Arcangelo Gabriele, a destra la Vergine, purtroppo molto danneggiati. Nell'intradosso dell'arco, a partire dalla base di Sinistra è dipinta una Madonna in trono con Bambino dive la ricchezza decorativa delle vesti e del trono ricordano i modi dello stile cortese.
Segue una sequenza di eleganti edicole trilobate di colore rosso mattone, tipiche del carattere piemontese, ripreso anche nella chiesa di Folgora, a Briona nell'oratorio della Mora, e a Orta San Giulio nella Chiesa di San Bernardino. Nelle edicole sono collocati a mezzo busto, su un fondo azzurro, Re Davide, i quattro Dottori della Chiesa (San Girolamo, San Gregorio Magno con la colomba sulla spalla, Sant'Ambrogio con il flagello, Sant'Agostino ed infine il Profeta Isaia.
" (...) La diffusione di queste tematiche nello stesso periodo, circa il settimo decennio del quattrocento, come nell'oratorio della Mora di Briona e nella chiesetta dei Santi Nazzaro e Celso a Sologno e ancora nelle chiese della Bolgara e di Caltignaga permette di ipotizzare l'esistenza di discussioni teologiche ed il passaggio nella zona di predicatori, probabilmente legati ai Minori di San Bernardino, come sembra documentare il ripetersi, sulla mandorla del Cristo benedicente, del crisma simboleggiante il santo senese."
L'iconografia del catino absidale è ricorrente già nel periodo romanico e soprattutto in quello gotico. Nel Catino è rappresentata la maestà di Cristo come Lux mundi. Nell'elegante contorno della mandorla, realizzata con i colori dell'arcobaleno, compaiono quattro medaglioni con il monogramma di Cristo nella formulazione grafica divulgata da Bernardino Da Siena.
All'interno della mandorla è posto il Cristo pantocrator recante nella mano sinistra un libro su cui si legge l'iscrizione Ego sum Lux mundi, via veritas et vita ad indicare il Vangelo come portatore di verità ed annuncio della salvezza.
La tunica azzurra ed il mantello rosso del Cristo sono a significare la natura divina ed umana del Salvatore e la cintura annodata attorno alla vita è il simbolo della giustizia (...) fascia dei tuoi lombi sarà la giustizia.
Sul lato di sinistra della mandorla è posto S. Andrea che regge la croce e, davanti al Santo, un offerente e degli storpi, mentre a destra è raffigurato San Pietro con poveri e derelitti (...) la rappresentazione della miseria e della devianza appare esemplata, oltre che sulla realtà contemporanea, sui non meno presenti ricordi dei drammatici trascorsi nella zona nel periodo presforzesco: carestia, pestilenze, scorrerie delle compagnie di ventura. Il registro sottostante si apre con San Giovanni Battista vestito con pelli di animali e indicante il cartiglio con la iscrizione Ecce agnus Dei ecce qui tol(l)it peccata mundi. Segue la figura di Santa Caterina d'Alessandria presentata secondo l'iconografia tradizionale in vesti regali e con la ruota uncinata, lo strumento di tortura a cui avrebbe dovuto essere sottoposta per ordine dell'Imperatore Massenzio, ma da cui fu sottratta, secondo la leggenda, per l'intervento di un angelo mentre la ruota stritolava i soldati pagani incaricati di eseguire la sentenza.
Nel riquadro successivo è dipinto San Dionigi, Vescovo di Milano e successore di Sant'Eustorgio. Il santo reca le insegne episcopali e davanti a lui si intravede una figura molto danneggiata e pertanto non identificabile.
Segue San Nazzaro raffigurato come un giovane con la spada ed eleganti abiti di corte secondo il modulo tardo gotico.
Al centro dell'emiciclo una suggestiva Deposizione di impostazione arcaica rappresenta il Cristo segnato dalle piaghe della flagellazione ed agli estremi del patibolum sono appesi i flagelli del tutto simili a quelli del Cristo in pietà dell'Oratorio di San Nazzaro a Sologno. Sopra la croce la scritta Salvator mundi. Il riquadro a destra della deposizione comprende i Santi Secondo e Gerolamo: San Secondo d'Asti è presentato come un elegante giovane in abiti cortesi con in mano una città turrita e nell'atto di invocare la protezione del Redentore e della Madonna sulla città di Asti. San Girolamo, tiene in mano un volume a significare la sua attività di commentatore di diversi libri della Bibbia.
Gli ultimi due riquadri rappresentano ancora Santa Caterina d'Alessandria con un offerente.
Anche in questo affresco Caterina è raffigurata con la solita ruota che, da semplice simbolo del supplizio, è estesa al significato della vittoria del martirio sulla tirannia e la corona in capo è segno di regalità.
Conclude il ciclo pittorico del catino absidale il dipinto della Madonna con Bambino e S. Anna; di questa opera molto ammalorata, restano solo i tre volti, mentre la parte sottostante è andata perduta.
L'altare in muratura era a sua volta affrescato e presentava in origine un Cristo in pietà successivamente coperto da una decorazione del tipo a tapezzeria.
Sulla mensa è collocata una interessante dorsale su cui figurano una Crocifissione tra i santi Bartolomeo e Bernardino da Siena a sinistra e San Francesco d'Assisi e San Zeno a destra.

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