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I "Murajon dal Boia"

immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra) A circa sette chilometri da Novara sulla statale N. 229 (antica via settimia) che porta verso il lago d'Orta e l'Ossola, di poco sopra la frazione Isarno, sono tuttora visibili le vestigia dell'acquedotto romano che trasportava l'acqua alla città di Novara nell'epoca romana e che il Bascapè, che lo vide ai suoi tempi, ci ha così descritto: "Minime igitur mirum, si etiam acqueductum urbs haec habuit, cum ad usum balneorum acqua precipue apud antiquos duceretur. Acqueductus non in arcubus, se in pleno et solido pariete costituti vestigia adhuc manent in via Caltiniacae: quo antequam pervenias, acqueductum flecti, et duci ad flumen Aconiam animadvertes, in quo flumine fragmenta acquaeductus extare videntur adhuc nonnulla malora vero extitisse superioribus annis nobis relatum est". A lui tutti gli storici novaresi hanno fatto riferimento.
La sue tracce si scorgono facilmente osservando i due attuali canali esistenti a lato della strada, le acque dei quali scorrono sotto le fondazioni dell'acquedotto stesso; queste infatti per la loro solidità vennero lasciate in sito con funzione di ponte, e, analogamente, a circa venticinque metri verso levante, là dove l'acquedotto piega verso Novara, si può osservare che le acque del canale Maioni scorrono al di sotto di esse.
Particolarmente interessante poi per il nostro studio è quel rialzo a mo' di confine, che si stacca dalla strada, coperto generalmente da arbusti e da erbe, e va verso l'Agogna affiancato a sud dal canale Maioni suddetto: "esso non è di terra come a tutta prima può sembrare, vedendolo dalla strada, ma un vero e proprio muro costituito da ciottoli di fiume legati con calce, dalla larghezza di circa 190 cm."
immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra) La localizzazione di questo primo e prezioso ritrovamento è venuta a vivificare le nostre speranze, dando impulso ad ulteriori approfondite ricerche in quelle vicinanze, che mettemmo subito in atto, impostandole in tre tempi: studi sulla muratura rimastaci, con particolare riferimento all'alveo, su pendenza e portata; provenienza dell'acqua e riferimenti storici; localizzazione del percorso tenuto dall'acquedotto verso l'Agogna e suo stato di conservazione.
Negli accertamenti reperiti il 28 giugno 1964 su un tratto dei resti dell'acquedotto, che si trovano a monte del canale Maioni, a 103 metri verso ovest della strada Isarno-Molino di Isarno per conoscere le parti murarie interne, abbiamo rilevato che l'alveo vero e proprio è stato costruito sopra un muro di base formato da ciottoli legati con calce idraulica della larghezza di cm 190 circa.
Sul piano superiore, poi, venne steso un alto strato di calce per adagiarvi due "lateres sesquipedales" attestate delle dimensioni di cm. 44 X 31 X 7 cadauna e costruirvi le sponde dello spessore di cm. 50 formate dai soliti ciottoli e calce, per un altezza di cm. 60.
Internamente l'alveo ci ha dato alla base una larghezza di cm. 75, larghezza molto dubbia perché la sponda destra si è presentata inclinata e spostata: la lunghezza di cm. 88 dei lateres attestati raffrontata con la base dà una differenza in più, ma abbiamo constatato che essa veniva eliminata nascondendola sotto le sponde, dimodochè i lateres sono tutti interi e non spezzati.
immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra) I "lateres" che fanno da platea e le sponde di ciottoli risultano intonacati con calce di vario spessore: questo si nota specialmente verso il fondo e negli angoli, in cui lo spessore è maggiore che nelle altre parti; evidentemente per evitare attrito, dare maggior uniformità alla velocità dell'acqua e impedire la costituzione di eventuali depositi di impurità. Questa finitura recava all'alveo maggior impermeabilità e conseguente potabilità dell'acqua.
Nel secondo accertamento eseguito il 4 luglio 1964 a 20 metri ad est sempre della stessa strada del Molino per una controprova ai fini di ottenere l'esatta distanza delle sponde e conseguente larghezza dell'alveo, abbiamo riscontrato che l'acquedotto era in perfetto stato di conservazione, ma presentava una sorpresa: l'alveo fu riempito in tempi posteriori da ciottoli legati con calce contenente molta sabbia, il cui colore era di un bianco alquanto sporco nei confronti della calce e dell'intonacatura di bianco spumoso posta sulle sponde e parti murarie dell'acquedotto; essa era di poca resistenza, tantochè si è potuto togliere quella massa aggiuntiva senza danneggiare l'originale.

Dalle misurazioni che riteniamo definitive, abbiamo le seguenti dimensioni:

  • altezza delle sponde terminanti con alto strato di calce: cm. 65.
Esse presentandosi senza alcun accenno di curvatura di volta, ci suggeriscono che l'alveo verosimilmente era chiuso con una copertura di lastre di pietra.
  • larghezza delle sponde alla bocca compresa l'intonacatura; cm. 51
  • larghezza dell'alveo alla bocca; cm. 63; a 20 cm. più sotto cm. 62; alla platea, la quale risulta formata dai soliti lateres, disposte come sopra: cm.60.
Nel terzo accertamento (4 ottobre 1964) abbiamo poi avuto da esperti in materia i due principali dati, cioè:
  • pendenza: 1,10 per mille
  • portata d'acqua, usando i due terzi dell'alveo (60X40): circa litri 135 al minuto secondo, pari a 11664 metri cubi al giorno.
Dove l'acquedotto volge verso Novara abbiamo trovato soltanto scarse vestigia, mentre del rimanente tratto, che verosimilmente ai tempi del Bascapè doveva essere evidente, non vi è più nessuna traccia, e solo metodici scavi archeologici potrebbero dirci se il sottosuolo ne nasconde ancora.
A nostro avviso l'agricoltura, particolarmente nelle zone adiacenti alla città, deve aver eliminato tutto quello che poteva disturbare il suo sviluppo e tra l'altro non può essere taciuta l'ipotesi che prima di essa la maggior parte dell'acquedotto in tempi più remoti si divenuta una cava di materiale atto a costruire fortificazioni, case, chiese e conventi, e che3 quindi i resti rinvenuti a Isarno e in città siano i soli elementi che oggi danno conferma dell'esistenza dell'acquedotto oggetto della nostra ricerca.


Donde venivano le acque convogliate?

Il Bascapè ci dice: "Acquam ex Sessite seu vicinis collibus circa Romanianum ductam fuisse, credibile est".
Il Gallarati tiene lo stesso linguaggio; successivamente il Morbio, il Rusconi, il Bianchini, il Ravizza, il Dionisotti ed altri ripetono, purtroppo talora anche alterando il senso.
immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra)Lo Scarzello indica come la congettura più possibile quella secondo cui: "le acque per il servizio di questo balineum erano derivate dalla Sesia, mediante un acquedotto che serviva anche alla fornitura di acqua alla città, di cui si trovano avanzi presso Caltignaga, che erano già noti al Bascapè".
Noi ci avviciniamo allo Scarzello, il quale pur non approfondendo l'argomento lascia aperto il dialogo, in contrapposto alle decise affermazioni di altri, come
il Morbio: "Le nostre terme ricevevano le acque dalla Sesia vicino a Romagnano per mezzo di un magnifico acquedotto";
il Rusconi: "le acque derivate dalla Sesia";
il Bianchini: "acque dal Sesia o dalla Strona e fors'anche dall'Agogna alimentavano il bagno";
il Ravizza: "l'acquedotto traesse dal Sesia a Romagnano, o dai colli sovrastanti, è del pari probabilissimo che ne facesse parte l'antichissimo edificio, del quale vedonsi tre o quattro arcate di acquedotto";
il Dionisotti: "dal Sesia presso Romagnano si estraesse anticamente l'acqua per le terme di Novara";
e così via altri ancora; ma sempre ci permettiamo di farlo notare, senza una documentazione circa quanto andavano asserendo.
Noi non crediamo che si dovesse andare a prendere l'acqua dal Sesia, bensì che l'acquedotto ricavasse l'acqua dall'Agogna, forse a quei tempi più ricca d'acqua che non oggi, anche perché ad ovest dell'Agogna non vi è alcuna traccia dell'acquedotto. E siamo lieti di poter dire che questa nostra congettura è stata approvata dal prof. Barocelli.
Nelle ricerche dell'acquedotto ci è stato abbastanza facile riconoscere il suo preciso percorso fra Isarno e l'Agogna in grazia degli abbondanti resti.
Una parte dei ruderi è visibile, essendo ancora affiorante o fuori terreno: essa permette la sua lettura o quanto meno l'interpretazione delle parti costruttive; un'altra invece non è visibile a tutta prima perché interrata in funzione di strada campestre (come nei pressi delle cascine Moresca e Ferranda e nelle vicinanze dell'Agogna): la sua posizione può essere rilevata in quanto quasi sempre lungo uno dei lati scorre un cavo portante acqua o scolaticci, in cui si possono intravedere parti di muri e loro andamento, e là dove proprio manca, perché distrutto, vi è sempre un collegamento ideale.
immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra) Dai nostri accertamenti possiamo concludere che l'acquedotto, i cui resti abbiamo riscontrato nelle vicinanze della strada Novara-Caltignaga, corre con andamento quasi perfetto da est a ovest fino ad oltre 130 metri dalla strada che scende alla Moresca, la quale è superata a 50 metri a nord. In questo punto l'acquedotto fa un angolo e volge leggermente verso nord, attraversa poi le campagne adiacenti alle dette cascine, attraversa la strada campestre Ferranda-Caltignaga a circa 600 metri a monte e si inoltra ancora nelle campagne confinanti coi boschi marginali dell'Agogna per 198 m. dalla detta strada.
In questo nuovo punto abbiamo un altro angolo dove l'acquedotto flette ancora più a nord per raggiungere probabilmente il bacino di captazione e depurazione delle acque.
Purtroppo di quest'ultima parte, tanto interessante per il nostro studio e di cui ai tempi del Bascapè si vedevano ancora dei frammenti, non abbiamo trovato traccia, nonostante tutta la nostra buona volontà o quanto meno il terreno circostante non ci ha permesso di individuarla. Forse opportuni scavi potrebbero riservarci qualche sorpresa, ma poiché l'Agogna in tempo di piogge diventa impetuosa e disargina disordinatamente non avrà mancato durante i tanti secoli trascorsi di distruggere nel suo corso tutto quelle che le era di impedimento. Diceva il Giovanetti nella prima metà dell'ottocento: "Molto superficiale, e disarginata si è l'Agogna ed al menomo ingrossar delle sue acque per cagion delle piogge cambia letto e produce guasti di gran momento. Specialmente le comunità di Momo, Mirasole, Sologno, Caltignaga, Isarno, Agognate, Lumellogno, sono frequente bersaglio delle piene di questo fiume-torrente".

I "Murajon dal Boia" nella leggenda ...

Nella tradizione locale la costruzione è conosciuta, data la sua compattezza difficilmente scalfibile, come il "Muraglione": la leggenda popolare lo considera costruito dal Boia in una sola notte, ragione per cui viene denominato "l'Murajon dal Boia".

Le Terme

immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra) L'oggetto del presente studio non presenta pezze d'appoggio alla storiografia novarese. Gli accenni infatti che si possono rilevare fino al XIX secolo ed anche dopo, prendo per lo più le mosse dal Bascapè e dal Gallarati, il quale dice di aver veduto "reliquiae insignes" nel nuovo vallo del castello, delle terme e dell'acquedotto ed il Bianchini, il Rusconi ed altri seguono le sue orme; mancano in sintesi le più elementari attestazioni stratigrafiche e la esatta notazione delle caratteristiche costruttive onde poter identificare terme e acquedotto e darne una attestazione cronologica.
Questa constatazione è stata d'altronde già espressa dallo Scarzello: "non possiamo di fare a meno di deplorare che gli eruditi dei tempi passati invece di perdersi in supposizioni e dispute infeconde non ci hanno conservate notizie concrete e descrizioni particolareggiate di quegli avanzi".
Ciò premesso tenteremo di ricostruire l'ambiente di età romana sulla scorta delle notizie storiche dei ritrovamenti archeologici della nostra città, non senza aver preso in considerazione le quote altimetriche di Novara e sue vicinanze.
Come già si è accennato lo studio storico più serio è ancora quello del Bascapè.
"Che vi fosse in questa città un bagno ed assai sontuoso si evince da una lapide trovata nella demolizione dell'antica Chiesa di S. Gaudenzio, l'iscrizione della quale in caratteri decrescenti e senza divisione di parole qui credo bene riportare: C.VALERIUS C.F. CLAUVD PANSA….
Un altro bagno o balneo esservi stato innalzato in Novara da una Terenzia Postumina si evince da questa iscrizione novarese riportata nell'ortografia del Manuzio, la quale per quanto sappia, ora a Novara non si trova ma fu veduta da Gaudenzio Merula: TERENZIA Q.F. POSTUMINA
Questo bagno comecchè più antico può credersi essere stato quello stesso che fu poi rialzato da Valerio, come nell'iscrizione precedente: sebbene crediamo che quello di Terenzia fosse privato, mentre quello di Valerio era pubblico ed era stato pubblicamente inaugurato e eravisi spesa una somma che era legata alla Repubblica.
immagine ingrandita Acquedotto Romano - Caltignaga (apre in nuova finestra) Non è quindi da meravigliarsi se questa città aveva anche un acquedotto essendo uso degli antichi di dedurre da lungi le acque principalmente ad uso dei bagni. Si vedono tuttora delle vestigia di un acquedotto lungo la via di Caltignaga non in archi ma sul piano costruito in solida muratura. Prima di Caltignaga appare che l'acquedotto piegava e volgeva verso il fiume Agogna, presso il quale qualche frammento di acquedotto ancora si scorge e ci fu riferito esservene stati di più estesi negli anni antecedenti E' credibile che l'acqua vi si fosse dedotta dal Sesias o dai colli vicino verso Romagnano. Anche nella città si sono trovate parti dell'acquedotto principale poste profondamente sotto il suolo attuale ed anche in più luoghi si sono trovati tubi di piombo di varie grandezze per mezzo dei quali l'acqua veniva distribuita alle diverse parti della città ed alle case….
Nella fosse presso la rocca presso la rocca verso occidente si sono scavati quei fondamenti di antico edificio che abbiamo attribuito a quel bagno descritto nel primo libro di quest'opera".
Allo studio del Bascapè si rifà il Gallarati riferendo i ruderi romani ritrovati nel corso delle fortificazioni spagnole a un grande edificio termale: "La seguente iscrizione (C.Valerio Pansa) sembra da riferirsi circa all'anno 125 d.C., inoltre ai nostri tempi furono scoperti insigni resti del bagno restaurato da Claudio, mentre la città veniva fortificata con un nuovo bastione dai ministri regi da quella parte che volge ad occidente a mezzogiorno e guarda l'antico castello; e un muro certamente della medesima struttura si può vedere ancora per lunghi tratti a circa a due o tre miglia sulla via che si dirige verso Caltignaga ed i monti e si crede che questo acquedotto abbia condotto l'acqua dal fiume Sesia in città dove fu osservato in parecchi luoghi sotterranei e che il bagno stesso ne abbia tratto l'acqua".
Infatti in piazza martiri (già Vittorio Emmanuele II) nell'anno 1929 negli scavi per la costruzione dei Palazzi delle Assicurazioni Generali Venezia, precisamente quello vicino al Castello, si scopersero per un tratto lungo una quindicina di metri parallelamente alla fronte del palazzo stesso verso la piazza e da questa distante sei metri le fondamenta di un muro di buona epoca romana del notevole spessore di m. 1,20 costruito secondo le consuetudini con ciottoli e calce. Erano ancora visibili le tracce della legatura a doppio strato di lateres attraverso a tutto lo spessore del muro. Questo muro segnava il perimetro antico di Novara, limitato alla piccola altura su cui sorge il centro della città, perimetro che fu spostato dagli Spagnoli nel costruire le nuove fortificazioni: il Barocelli si domanda se non trattasi dell'antica cinta romana.
Il Cassani a sua volta ci dice fra l'altro: "è stato rinvenuto un pavimento in mosaico bianco il quale venne ricoperto nella sistemazione della piazza". Esso era a tre metri di profondità.
E ancora il Cassani: "nelle fondamenta del palazzo delle Poste l'anno 1932 si rinvennero alcuni fittili, assai eleganti, tutti frantumati dal nuovo metodo di scavare a macchina formando pozzi. E' questo il luogo dove il Gallarati dice che, al suo tempo, furono trovate "insigni reliquie" di antichità e dove il Rusconi nelle Origini Novaresi vol.II p. 194, dice che furono scoperte tracce dell'acquedotto romano che conduceva l'acqua dal Sesia a Novara. Il Bascapè in "Novara Sacra" ritiene che in questo luogo sorgessero le terme romane".
Gli scrittori citati dal Cassani nella bibliografia sono lo Scarzello e il Rusconi:
Scarzello (Mus.Lap.p.184) "Tutti gli storiografi novaresi concordano nel determinare la situazione di questo bagno nella località corrispondente ai così detti Campi della Fiera, ora giardino Vittorio Veneto, e più precisamente nell'area del nuovo campo sportivo a ridosso dei bastioni del castello".
Rusconi (Orig.Nov.II,p.194); "Nel 1876 escavandosi il nuovo canale Ricca, appunto lungo il Campo della Fiera tra ponente e mezzodì in faccia al castello verso il Baluardo di S:Luca vennero scoperte tracce dell'acquedotto": Ancora il Rusconi (Compendio in Monog. Novar. p.11 e 12): "… il Bascapè all'epoca delle fortificazioni spagnole vide i tubi di piombo dov'è la fossa del nostro Castello… e … le vecchie mura delle terme".
Da tutte queste notizie che in pratica si riducono alla ipotesi formulata dal Bascapè, il Cassani trae il convincimento che si possa senz'altro affermare la presenza delle terme di Novara nella zona ovest della città, anzi addirittura sull'area delle Poste: il Bascapè non è così esplicito.
Le nostre conclusioni non collimano con quelle del Cassani e per quanto ci spiaccia sommamente contraddirlo, poiché ci è stato grande amico, pensiamo che esse siano esatte.
Risulta evidente che il Bascapè, per quanto dotato di notevole senso critico, fu tratto in inganno circa la reale destinazione delle costruzioni, i cui resti erano stati rinvenuti ai suoi tempi, dal fatto che erano gli unici resti di qualche importanza attribuibili all'epoca romana che fossero stati fino allora ritrovati in città.
Soltanto nella seconda metà del secolo scorso si ebbero in città altri ritrovamenti di origine romana.
Nella casa Tarella, in contrada San Marco: pavimentazione mosaica a tesselli bianchi e neri: ed alla stessa profondità, (metri 3) poco più poco meno, cisterne e fistole plumbee conduttrici d'acqua.
Il Viglino dice che quella pavimentazione di casa Tarella può essere collegata a quella invenuta, nel 1922, negli scavi per le fondazioni della Banca d'Italia: la quantità di fistule plumbee per la conduttura dell'acqua e di cisterne, che si rinvennero allora, gli fanno supporre che si trattasse di un edificio probabilmente destinato a terme.
Ed ancora :" Ad ogni modo la profondità a cui furono trovati i frammenti consimili nella strada di San Marco, ora Neuroni, di fronte agli attuali scavi, durante le fondazioni di casa Tarella.
Allora furono rinvenuti anche pezzi di fistule plumbee. Chissà che non si tratti veramente di un bagno pubblico comprendente largo spazio verso mezzogiorno della strada?".
Questa supposizione venne avvalorata dal ritrovamento avvenuto negli scavi eseguiti nell'anno 1953 per le fondazioni del Palazzo Ardeusis (Est Sesia), sull'area della casa Tarella, di avanzi di edificio romano: grandi muri di ciottoli e calce che correvano da sud a nord, vari pozzi, e in uno di essi posto nell'angolo sud-ovest si rinvennero quattro frammenti marmorei, di notevole interesse archeologico, perchè presentano elementi decorativi che richiamano quelli della trabeazione del tempio Vespasiano sul Foro Romano, il che fa ritenere che siano parte di un edificio costruito tra la seconda metà del I sec. e prima del II sec d.C.
Riferendosi ai pozzi ricordiamo infatti che la prima falda acquifera del sottosuolo di Novara (pianalto terrazzato) si trova tra i 16 e 18 metri di profondità.
(A Pompei prima che si provvedesse alla canalizzazione, l'acqua necessaria per le terme veniva estratta con apposito apparecchio dal pozzo che si apre sul vico Lupanare e riversata in una vasca di carico sulla terrazza di copertura).
I frammenti marmorei sono attualmente esposti nell'atrio della Sala delle Assemblee del predetto Consorzio.
Che a Novara esistessero delle terme è provato fuori dubbio dalle iscrizioni di "Terenzia Postumina e C.Valerio Pansa"; del resto l'esistenza di terme in ogni città romana appena importante era consueta: ad Aosta, di cui conosciamo con sufficiente esattezza l'estensione, risulta che vi era un edificio termale e probabilmente ciò vale anche per Novara.
Ci sembra di poter concludere che le terme di Novara sorgessero sull'area della Banca d'Italia e Palazzo Ardeusis.
Come si è detto sopra, infatti anche negli scavi per il Palazzo della Banca d'Italia (che sorge di fronte al Palazzo Ardeusis) eseguiti nel 1922 sul demolito Collegio degli Oblati che nel 1840 aveva a sua volte demolito varie costruzioni precedenti, vennero in luce ruderi romani. "Robusti muraglioni dallo spessore di un metro, altri di ottanta centimetri tutti formati di ciottoli di fiume legati con calce, correvano da sud a nord e da est a ovest intersecandosi qua e là. Quasi nel mezzo dell'area stava un avanzo di abside ancora più robusto degli altri. Verso ovest si stendevano diversi pavimenti di altrettante sale, tutte allo stesso livello, e dall'ampiezza di circa cinque metri ciascuno. L'uno era di semplice battuto di frantumi di mattoni triturato su calce; l'altro un bellissimo mosaico di marmo nero, uniforme con quadrettino di un centimetro, il terzo un altro mosaico a fondo nero con esagoni bianchi".
Frammiste ai rottami furono pure trovate due crustae marmoreae; venne in luce anche qualche formella di ipocausto, nonché i soliti sassi squadrati per pavimentazione stradale.
Di fronte all'ampiezza di questo ritrovamento, anche il Cassani formulò, ma in forma dubitativa, l'ipostesi che si trattasse di terme. "L'ampiezza dell'area, lo spessore dei muri, gli accenni a rivestimenti marmorei, la pavimentazione a mosaico fanno pensare ad un fabbricato di utilità pubblica. Ad un bagno? Non è possibile affermarlo, troppa la devastazione operata nei vari tempi".
Il Barocelli dà la seguente descrizione: "un cospicuo edificio pubblico, i cui muri erano originalmente rivestiti da crustae marmoreaee tra i detriti si rintracciarono tegulae, laterizi circolari per uso di ipocausto o terme ecc.
Esso sorgeva nello spazio incluso fra la Chiesa di S.Marco, le vie Neuroni e Bascapè.
Esiste alla Banca d'Italia un disegno riproducente i ruderi oggetto di ritrovamento.
Se prendiamo quel disegno e lo sottoponiamo ad un attento esame, tenendo presenti i principi usati dai Romani nella costruzione dei loro edifici in cui predominano i linea ed armonia, vediamo attraverso i segni indicati in esso e quelli ritrovato con la presunta ricostruzione dei loro edifici in cui predominavano linea ed armonia vediano attraverso i segni indicati in esso e quelli trovati con la presenta ricostruzione, la forma del cospicuo edificio pubblico e la sua funzionabilità.
Se a questo poi aggiungiamo quello del Palazzo Ardeusis (est Sesia) ci troviamo di fronte ad un complesso imponente i cui indizi ci suggeriscono che l'edificio occupante le predette aree e quello della Chiesa di S.Marco siamo stati veramente il "balineum" di cui il Viglino presagiva l'esistenza.
Quali prove per convalidare la nostra tesi segnaliamo la vicinanza dei condotti per l'uscita delle acque in via del Carmine e Corso Italia. La vicinanza del ritrovamento. La vicinanza del ritrovamento della lapide di Albucia Candida, i frammenti marmorei, i pozzi, le fistule plumbe e gli elementi di ipocausto o terme, la conformazione della sala absidata, che riteniamo il Calidarium. L'estensione dell'edificio stesso, il toponimo "canton balin" o "Balinaum" tutt'ora persistente nelle sue vicinanze (quadrivio Corso Italia, via Prina, via S. Gaudenzio).

Lo scrittore che ci ha fornito in proposito una bella pagina di storia, è lo Scarzello il quale dice: "Le due epigrafi (Terenzia Postumina e Valerio Pansa) potrebbero riferirsi allo stesso edificio perché evidentemente sono di età diversa e quella di Valerio Pansa, si riferisce ad un altro edificio che precedentemente era rovinato.
L'epigrafe di Valerio Pansa … appartiene alla seconda metà del II sec. dell'impero, mentre quella di Terenzia è più antica come dimostrano i caratteri veramente più splendidi e perfettamente incisi, e l'uso della lettera I più alta di quelle vicine, per indicare la I lunga, come era usanza nel primo secolo".
Albucia Candida, moglie di Valerio Pansa, era una ricca benefattrice novarese, vissuta nella prima metà del II sec., la quale morendo lasciò la somma di 200.000 sesterzi al Municipio Novarese, spesi per restaurare l'edificio dei bagni pubblici precedentemente rovinato.
Il medesimo ci dice ancora che il "balineum" ricostruito da Valerio Pansa, era stato distrutto violentemente senza che sia meglio specificato e a questo proposito ci segnala: "merita di essere ricordata per analogie di vicende, una iscrizione di Asolo, che accenna alla ricostruzione di un altro balineum "vi ignis conlapsum"" .
Evidentemente si potè bruciare un balineum che doveva aver l'acqua a portata di mano, le case popolari, che dovevano attingerli alle fontane o ai pozzi certamente non erano in rosee condizioni, sapendo fra l'altro che Novara, ancora nei secoli XI e XII aveva case di legno e case "murate e coppate" cioè case fatte con travicelli intonacate di calòce o creta dentro e fuori e coperte di paglia, e case costruite con calce mattoni o pietre coperte con tegole (coppi); gli incendi non saranno mancati e con frequenza in quei tempi.

Assodata la presenza delle terme a Novara, come giungeva l'acqua in città?

Come si è detto non abbiamo potuto rintracciare memorie storiche e reperti archeologici del tratto di acquedotto, che doveva correre da Isarno a Novara; dobbiamo pertanto accontentarci di ipotesi, suffragandole con lo studio delle quote altimetriche attuali per raggiungere un immediato fine, pur sapendo che il suolo romano della città è più o meno sotto quello che ora vediamo.
Anche considerando che nella tecnica costruttiva romana era sempre presente presso le mura un "castello" dove si convogliava tutta l'acqua, e da cui l'acqua stessa si distribuiva, rimane sempre il problema del come l'acqua potesse essere portata sul pianalto terrazzato di Novara.
Se pensiamo che i Romani, invece di far scendere l'acquedotto verso Novara in un percorso più breve, lo fecero correre verso est fino alle vicinanze di Isarno, dobbiamo credere che avessero una valida ragione per fare ciò.
Dall'altimetria risulta infatti che l'acquedotto nei pressi di Isarno è a quota 170, da qui scendendo alle quote 152 (Molino Grande), 150 (ferrovia Novara Torino), per risalire alla quota di Novara (Monumento C.Perazzi, 163,6), questo dislivello era molto probabilmente superato con il sistema tipicamente romano degli archi, così come sono descritti da Vitruvio e Frontino.
Se accettiamo questa ipotesi che ci pare molto verosimile, possiamo ben vedere gli "antiqui aedificii fondamenta" e le "reliquiae insignes" osservate dal Bascapè e dal Gallarati nella fossa del castello come ruderi del "castello delle acque" ossia dell'edificio per la distribuzione che secondo gli idraulici romani succitati, non mancava in ogni acquedotto.
D'altra parte la tecnica idraulica romana per la distribuzione delle acque di canalizzazione era in tubi chiusi: in piombo o terracotta: per anche i condotti sotterranei in muratura, i cui resti si sono trovati numerosi in città, non sono da attribuirsi all'acquedotto come finora si era supposto, bensì alla rete della cloaca.
Circa la durata funzionale dell'acquedotto ci sembra logico pensare che, come nelle vicende di Roma e dell'Impero, le prime opere ad essere distrutte dalle invasioni barbariche furono quelle costruite per gli acquedotti, in quanto togliendo l'acqua in una città assediata la resa era più sollecita, anche l'acquedotto di Novara abbia subito la stessa sorte. E quale sorte sarà toccata alle terme, che in quei tempi perigliosi rappresentavano un lusso e non una necessità? Non è fuori dubbio pensare che la distruzione non sarà tardata molto.
Il Morbio dice e il Cerutti conferma, che nella guerra mossa da Massimo A Valeriano II, Novara subì un lungo assedio e poi furono appianati i terreni e diroccate le mura, purtroppo non abbiamo trovato prova documentata alle sue parole, e ci resta il dubbio che la notizia provenga da leggenda e tradizione, tradizione fra l'altro non suffragata dal Bascapè.
Ad ogni modo abbiamo dal Cognasso un'ottima descrizione di quei tempi; le condizioni delle città padane apparivano … nella seconda metà del secolo IV agli occhi di Sant'Ambrogio nella più lacrimosa decadenza: "semirutarum urbium cadavera".
E San Girolamo poco dopo, di Vercelli doveva dire: "Vercellae Ligurum civitas, olim potens, nuc raro est abitatore semiruta". Purtroppo non doveva essere diversa la condizione di Novara.
Verso il secolo successivo sappiamo dal Bertolone che : nel 435 fu ordinato dagli imperatori Teodosio I e Valentinuano III la demolizione dei templi pagani, come risulta dal codice Teodosiano "Cunctaque eorum Fana, Templa, Delubra, si qua etiam nunc restant integra, praecepto magistratuum destrui praecipimus"; cioè: per ordine dei magistrati noi ordiniamo che siano distrutti tutti i Sacrari, i Templi e Delubri di essi (pagani), se ancora restino in piedi nella loro integrità.
Il Bascapè parlando della Cattedrale di Santa Maria ci dice: "Epistili di marmo, basi ed altri frammenti ricordi di arte antica, e tolti dalle rovine di antichi edifici, pezzi di porfido e simili sono intercalati".
Il Cassani: "San Gaudenzio spogliò gli edifici di colonne e marmi per la costruzione della sua cattedrale" e ancora: " non pare casuale che i primi cristiani della nostra regione e non solo della nostra, mettessero a base dei loro templi lapidi, sarcofaghi e simili dell'epoca pagana".
Vari scrittori ci dicono che nel 1110, Enrico V assediò la città, la prese, la distrusse e la bruciò, dopo aver asportato i vasi d'argento ed i denari. Il medesimo nel 1116 si riconciliò coi Novaresi concedendo il godimento delle buone usanze e il mantenimento delle torri, che avevano eretto per la difesa della città e per devozione dell'impero.
Ancora tra il 1552 e il 1610 Novara vide la distruzione dei suoi borghi, compresi chiese e conventi posti in essi, e l'amplificazione della cinta fortificata, per divenire una piazzaforte con baluardi, mezze lune e terrapieni, circondata da nuovi ampi fossati.
Da questi brevi frammenti di storia della nostra città risulta chiaramente quante furono le occasioni in cui attraverso i tempi fu possibile la distruzione sia degli edifici pubblici romani sia delle parti di opera muraria mancanti nell'acquedotto della stessa epoca.
Non è fuori dubbio pensare che il sottosuolo a nord di Novara nasconda ancora delle tracce archeologiche capaci di recare luce e nuovi apporti.
Stesso ragionamento si può fare per la vicina comunità di Caltignaga, che sicuramente conserva in sé notizie archeologiche che potrebbero incrementare la conoscenza del nostro paese.

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