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Ex Chiesa Romanica di San Lupo (Sec. IX)

immagine ingrandita Ex Chiesa Romanica di San Lupo - Particolare Cornicione (apre in nuova finestra) La chiesa di San Lupo, ora usata come laboratorio artigiano, è all'estremità S-O del paese, allineata ad un tratto di muro dell'antico castello. Ad aula unica, perfettamente orientata, è stretta da superfetazioni a Nord e a Sus-Est.
Si presenta come un edificio del sec. XVIII con avanzi protoromantici e romanici nel lato Sud, nel campanile e nel lato Nord.
La località già sede di un insediamento romano, è documentata nel 958 ed è abitata da una famiglia denominata De Caltignaga, vivente legge gundobada. Il castello è documentato nel 1014 mentre una chiesa di San Lupo è menzionata come proprietaria di beni in Caltignaga a partire dal 1074. Nessun dubbio che la citazione riguardi questa fondazione, l'unica nel novarese con tale dedicazione.
Frutto di due distinti campagne costruttive; la parte inferiore che è da considerare come la più antica, è attribuibile alla fine del sec. X mentre la successiva sopraelevazione è avvenuta tra la fine del sec. XI e l'inizio del Xii. Documentazioni precise su più tardi interventi si hanno a partire dal 1590.
Conservava a quella data un'abside ad emiciclo percorsa da crepe profonde. A destra, presso la facciata, era una cappella ottenuta in sfondamento di muro, dedicata a San Giuseppe. La copertura era un tetto a vista, fatto di coppi e di embrici. Non era isolata: a Nord si trovava il cimitero e a Sud-Est una piccola sacrestia e la casa parrocchiale. Il campanile era integro. Non subì ulteriori importanti modifiche fin verso il 1661 allorchè si registrano interventi di restauro; venne coperta di volte la navata centrale e fu rimosso l'antico cimitero.
Solo più tardi, fra il 1696 ed il 1710, la fabbrica assunse l'aspetto ancora oggi visibile; l'antica abside fu sostituita da un breve coro a pianta rettangolare, si decorò l'interno con cornici a stucco, furono fatti l'altare e la facciata, lavori tutti promossi dai beneficiari Pio de Ravizza e da suo fratello Sigismondo, arciprete di S.Maria della Scala a Milano.
immagine ingrandita Ex Chiesa Romanica di San Lupo - Volta Interna (apre in nuova finestra) L'arcipretura di S.Lupo, soggetta ai feudatari del castello, venne soppressa nel 1780 con una bolla di Pio VI e i beni vennero devoluti alla Congregazione degli Oblati; in seguito fu probabilmente confiscata sotto il regime napoleonico e venduta a privati.
L'edificio appare oggi molto più compromesso di quanto lo vide il Verzone al tempo del suo studio; nella fattispecie l'apertura di ampia vetrata nel lato Sud ha sventrato la parete distruggendo anche una piccola monofora già segnalata e riprodotta dallo studioso. Su questo fianco rimangono nondimeno alcuni segni della prima fase costruttiva. La muratura infatti, fino ad una certa quota, si presenta con caratteristiche di antichità; è formata di frammenti di mattoni di recupero rozzamente sbozzati, misti a rari ciottoli, allineati con approssimazione in corsi orizzontali, legati da abbondante malta.
Tale apparecchio continua anche alla base del campanile che le aderisce verso Est, e si interrompe più o meno al livello di quattro ampie monofore centinate, chiaramente appartenenti ad una seconda tornata di lavori. Fra la terza di queste finestre, sostituita da un'apertura barocca, e la quarta, rimangono, come elementi decorativi della prima costruzione, una coppia di archetti pensili, una lesena e un altro archetto interroto, apparecchiati essi pure con cotto rozzo di recupero, messo di costa a raggera.
Superiormente la parete continua con tecnica completamente diversa e molto più evolute partizioni.
Su un muro regolare di mattoni ben disposti orizzontalmente, legati da spesse commessure di malta si sviluppava in origine un ordine di quattro monofore centinate, ora tamponate.
Il Verzone le vide ancora aperte e le descrisse "ampie, alte, a doppia strombatura, centinate ed eseguite con una certa cura con alcuni grossi mattoni messi di piatto nelle spelle". In questa porzione compare saltuariamente l'uso di frammenti di tegole disposti a spina-pesce e anche ciottoli annegati in un fondo di malta segnata dalla cazzuola.
Una cornice continua di archetti pensili, sormontati da pochi corsi di mattoni, fa da coronamento. La fattura è molto accurata e il materiale appare ben scelto: gli archetti sono apparecchiati con pezzi di cotto smussato disposto in curva intorno ad un semicerchio pure in cotto; poggiato su una mensolina in laterizio a piramide rovesciata. Un mattone triangolare s'incunea regolarmente fra arco e arco.
La parte orientale è andata completamente distrutta: rimane la controfacciata Ovest in cui il Verzone potè vedere l'attacco della originaria, bassa abside.
La muratura a vista ora rimasta è formata di corsi di frammenti di tegole a spina-pesce alternati a filari di mattoni di recupero messi di taglio. Verso Ovest rimane anche, in parte tagliata, una monofora centinata su muro piano collocabile presumibilmente nella seconda fase costruttiva, sopra e a lato dell'abside originale. Il lato Nord, parzialmente nascosto da superfetazioni, si presenta liscio, senza lesene o finestre, quasi completamente ricoperto da antico intonaco, sotto il quale si intravedono corsi regolari di mattoni inframmezzati ad altro materiale nascosto. E' coronato da una cornice a dente di sega posta fra due filari di mattoni e appoggiata a mensoline a cuneo sgusciato. Questa cornice sembrerebbe indicare una terza fase di intervento costruita da un rinforzo della parete e da una ulteriore elevazione, a cui, a nostro avviso, potrebbe appartenere anche il grande arco di scarico visto dal Verzone all'interno sulla controfacciata Ovest ora nascosto da una controsoffittatura non praticabile.
L'interno per questo non è più chiaramente leggibile. Lo studioso vercellese ne registrò la grande sopraelevazione rispetto all'abside originaria e vide traccia di tre copie di lesene sporgenti, da lui attribuite alla seconda fase costruttiva in funzione di supporto di un tetto in legname.
Coerenti all'edificio, a Sud-Est, si trovano tuttora i primi due piani del campanile, chiuso a Sud e parzialmente a Est da costruzioni spurie. Sul lato scoperto si individua una parte più antica presso la parete inferiore della Chiesa, che ha analoga muratura. Su un alto basamento liscio si sviluppa il primo ordine scandito da due arcate cieche, divise in origine da una larga e piatta lesena.
Oltre, il secondo ordine è indicato da due svecchiature parallele coronate da archetti binati di aggetto pronunciato e di fattura piuttosto rozza, analoga a quella del coronamento del lato S. Fattura similare presenta la parte scoperta del lato orientale, in cui compare completamente intonacata, una monofora a spalle rette. Nella restante porzione contigua alla chiesa la parete è rifatta con mattoni molto regolari e ben disposti, con tecnica decisamente tarda.
La cronologia dell'edificio è stata distinta in due tempi dal Verzone che data alla fine del sec. X la parte inferiore e alla fine del sec. XI la sopraelevazione, termini antro cui sarebbe da porre la costruzione del campanile.
Dal lavoro del Verzone in poi la muratura più antica così individuata è stata presa come elemento guida per edifici del periodo come ad esempio per S. Maria Maddalena alla Novalesa, collegatale dalla Magni. Non si sono oggi reperiti ulteriori elementi che possano modificare il giudizio se non per quanto riguarda forse lo sviluppo successivo. La fattura della cornice di coronamento a meridione infatti, per una più matura sensibilità coloristica, vicina alla cella di Proh, e così l'evoluzione delle grandi monofore analoghe a quelle del campanile di S. Michele a Pavia (Paonazza, 1956/57,19-21) ci indurrebbero a spostare ai primi anni del XI secolo la seconda fase costruttiva. Individueremmo inoltre una terza fase di intervento sempre romanica, anche se ormai tarda, verso il Duecento, nella seconda sopraelevazione documentata meglio sul lato settentrionale. Nessun altro dato emerge per modificare invece la datazione proposta dal Verzone per il campanile.


Dall'Archivio Diocesano

Anno 1712. INVENTARIO fatto dal Parroco GIOBATTISTA CAMPANA e sottoscritto dal notaio:

  • Descrizione della Chiesa: Altare maggiore in legno; un dipinto di S.Lupo con la B.V. del Rosario con cornice in legno; candelieri in legno argentato
  • Dalla Chiesa attraverso una porta si entra in sacrestia dove ci sono pianete, camici, cordoni, amitti, purificatoi, messali, fogli cuciti per Battesimi e per Sponsali ecc
  • Attiguo alla Chiesa si erge il campanile con due campane
  • Dalla Sacrestia si entra in Casa Parrocchiale con cinque stanze nel piano inferiore più altre piccole per dispensa e cinque stanze nella parte superiore
  • Un giardino con diritto sulla roggia e vicino l'abitazione di Gio Battista Caccia nobile, dei fratelli Rogati
  • Beni della Curia di S. Lupo: Campo al pomo, alla vignazza, Moretto, Nigrara, Padrona, Garone, delle cannette, Perlina, Salsa, Quaretto, prato detto del salice, Valone, castagneto. (Nomi di campi tuttora in vigore tra gli agricoltori del paese)
Il Curato ha l'obbligo di una Messa settimanale pagata dai fratelli Rogati. Il documento è sottoscritto dal parroco prefetto di Caltignaga Rocco Gattone Moresca.

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