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Castello di Morghengo

immagine ingrandita Castello di Morghengo (apre in nuova finestra) A ben osservare ciò che rimane dell'antico Castello di Morghengo si può avere un'errata visione del Medioevo; entro un ampio parco, recintato da muretto, si innalza un torrione quadrangolare sormontato da una robusta merlatura su cui poggia direttamente il tetto. Alla base si apre la grande porta carraia, affiancata dalla postierla pedonale, mentre sul muro sovrastante sono visibili le sedi dei bolzoni che alzavano un tempo il ponte elevatoio. Sul lato nord, riparato dai merli, corre il cammino di ronda con le caditoie, manufatto autentico del quattrocento.
Attorno gli edifici si dispongono ordinatamente in forma di villa signorile con loggetta e graffiti, realizzati nel primo Novecento.
L'apparenza è leggiadra ed invita alla meditazione e al silenzio. Così lo vollero i Panza all'inizio del nostro secolo, quando era di moda rifare gli ambienti e l'atmosfera del Medioevo: ma la realtà storica che emerge dai documenti d'archivio, rivela un mondo umano ed una caratteristica insediativa molto diversi, meno ordinati e contemplativi, ricchi di vita quotidiana, di un 'vissuto' in sé necessariamente contradditorio che non è semplice descrivere.
immagine ingrandita Castello di Morghengo - Particolari Architettonici (apre in nuova finestra) Dai documenti dell'archivio della nobile famiglia Brusati, dei secoli XV-XVII, emerge il ritratto di questo paese, posto al limite della pianura novarese verso nord, là dove cominciano le prime ondulazioni a vocazione viticola che da S. Bernardino e Proh salgono, solcate dalle valli della Strona e dell'Agogna, ai vigneti di Fara, Sizzano, Gemme. Ancor oggi il piccolo abitato si stringe intorno al castello, restaurato forse un po' troppo disinvoltamente, ma tuttavia capace di rivelare ad una osservazione attenta la disposizione originale degli edifici, delle porte, della cinta murata, del fossato.
Del resto già nel secolo XV si parla di guastum in terra murata, e di una domus in rocheta cum fundamentis torrionis cui coheret a monte fossatum, a testimoniare che le lotte con Milano prima e tra le fazioni cittadine novaresi poi non erano passate anche qui senza lasciare il segno.
Alcune abitazioni dovevano essere sorte dunque entro le mura del castello stesso: case civili (domus), murate et copate, ossia con muri di mattoni e coperte da tegole, ed edifici rustici, coperti di paglia (paleatis): altre invece formavano la villa o terra o locus di Morghengo; altre ancora cassine o casoni erano sparse nella campagna, pertinenti ad un prato, ad un campo, ad un prato con vigneto, ed anche a questi erano annessi altri edifici ad uso di magazzino, fienile, cantina: non risultano invece stalle, benché la notevole estensione di prati lasci supporre la presenza di una certa quantità di bestiame.
immagine ingrandita Castello di Morghengo - Particolari Decori e Graffiti (apre in nuova finestra) I sedimina e le domus esistenti nel paese sono unità complesse, con cantine, solai, sale, camere (talvolta caminate ossia fornite di camino), edifici rustici, cortile, aia, orto, pozzo: anche se possiamo pensare che ai Brusati competesse una buona parte degli edifici, parrebbe che il paese fosse allora più vasto di quanto non sia oggi.
Sappiamo anche che vi erano almeno due mulini, alimentati dalle relative rogge, un forno (che essendo de supra fa pensare anche ad uno de subtus) ; un molandinus cum resiga ossia una segheria alimentata ad acqua; almeno due chiese, di S. Giacomo e di S. Martino: questa era di patronato dei Brusati e ne conservava anche le tombe. Il tutto era racchiuso in un cerchio di mura (se l'espressione in terra murata non va intesa restrittivamente riferita al solo castello), in cui si apriva la porta Bruxatorum ed era lambito dal fossatum ville.
Era un piccolo mondo operoso, che sfruttava il suolo, non particolarmente fertile nonostante le numerose rogge che lo solcavano e che ha conservato la sua fisionomia attraverso i secoli, così che ancor oggi non occorre lavorare molto di fantasia per vederlo come doveva essere 500 anni fa.
La prima notizia del castello ci presenta infatti il violento tumulto della guerra d'assedio: nel giugno 1156 le truppe milanesi, desiderose di vendetta contro i novaresi, che, due anni prima, alleati con il Barbarossa, avevano distrutto l'importante fortezza di Momo, roccaforte dei Lombardi, posero le loro tende attorno al centro abitato di Morghengo e si prepararono ad assalire la fortificazione.
Molti assedianti si lanciarono alla conquista del castello scendendo di corsa entro il fossato, che allora era asciutto, ma furono uccisi dai difensori. Il numero ed il coraggio dei Lombardi ebbe tuttavia ragione della pur valida difesa e la fortezza fu conquistata con la violenza: "allora si arresero anche terre circostanti di Momo, Mosezzo e Fara".
immagine ingrandita Castello di Morghengo - Porta Carraia affiancata da Postierla Pedonale (apre in nuova finestra) Morghengo era dunque al centro di un sistema di fortificazioni del Comune di Novara ed era considerato tra i castelli più sicuri della zona. L'insediamento umano era di certo antichissimo, anche se le fonti iscritte non risalgono oltre il XII secolo: di recente Laura Gavazzoli Tomea ha studiato San Martino, la chiesa parrocchiale del paese, ed ha descritto elementi architettonici protoromantici tra i più antichi del novarese, sicuramente riferibile alla fine del X secolo. Inoltre nel muro meridionale della stessa chiesa è inserito un sarcofago di granito e dal medesimo edificio proviene un cippo votivo con dedicazione ad Ercole, ora conservato a Novara.
In età comunale esisteva anche un'altra chiesa, dedicata a San Giacomo, la quale fu donata dalla famiglia Pazardo nel 1189 al monastero femminile cluniacense di San Pietro di Cavaglio. Al medesimo cenobio il 6 marzo 1204 il figlio di Giovanni Gore, Martino da Morghengo, alienò per 4 lire e 13 soldi imperiali la sua intera proprietà immobiliare nel castello e nel villaggio della località. Il giovane venditore, che agiva tramite un curatore nominato dal vescovo, dichiarò che la cessione era fatta, poiché egli non aveva denaro liquido per sanare i debiti lasciatigli dal padre, appena morto. Entro la fortezza avevano probabilmente beni, già all'inizio del Duecento, i fratelli Gregorio e Guido Brusati, ricordati il 17 settembre 1201 perché proprietari di terre a Morghengo.
immagine ingrandita Castello di Morghengo - La Torre (apre in nuova finestra) La famiglia novarese dei Brusati, potente e ricca, fu presente per molti secoli nella storia del castello e del paese, ma è possibile seguirne le vicende a partire dal Trecento, quando la casata era ormai divisa in numerosi rami e si avviava alla decadenza politica. Così infatti i Brusati di Morghengo furono descritti nella pergamena del 9 marzo 1324, rogata nella loro chiesa di San Martino, la parrocchia del paese, davanti ai curati di Caltignaga, Briona, Cesto e a numerosi abitanti del villaggio. Ben sette domini, patroni ed avvocati della basilica, dichiararono di non potersi recare a Novara dal vicario del vescovo, poiché essi ed il loro partito erano stati espulsi con la violenza dalla città: ora, dovendo nominare un rettore alla chiesa si rifiutarono di accettare la decisione episcopale, assunta senza consultarli e per salvaguardare i loro diritti di avvocazia affermavano di ricorrere al tribunale dell'arcivescovo di Milano, Aicardo da Camodeia. Quale esito abbia avuto la loro protesta non è dato a sapere: di certo il castello fu invece devastato durante il biennio 1358-1359, quando gli eserciti del Marchese di Monferrato e dei Visconti travagliarono la campagna novarese.
La ricostruzione fu lenta: i Brusati, decaduti da un punto di vista politico, si erano moltiplicati in modo vertiginoso continuando a dividere il patrimonio originario con la conseguenza di un vero tracollo economico. Mancavano pertanto i capitali per ristrutturare le loro case e la loro fortezza. Un documento del 1429, in cui si registra una delle innumerevoli liti tra i vari rami della casata, ricorda che ad una figlia di Pagano Brusati, sposata ad Agostino Avogadro da Cerrione, erano toccati in eredità sedimi, presso il mulino e presso il forno, ancora coperti di paglia. Qualche cascina in muratura e con i coppi esisteva già, ma era attorniata da edifici di paglia e da insediamenti di scarsa consistenza materiale. Anche nel castello esistevano nel 1435 ampie rovine, costruzioni basse, cantine e magazzini, nonché un numero enorme di piccole quote di proprietà, che rendeva difficilissima ogni iniziativa di trasformazione. A ciò si opponevano anche le leggi dei duchi di Milano, che vietavano ai proprietari di parti di fortificazione di vendere i beni senza il permesso della Cancelleria statale.

Atti Burocratici per vendere piccole parti del Castello

immagine ingrandita Castello di Morghengo - Vista Laterale (apre in nuova finestra) Durante gli anni di governo di Gian Galeazzo e di Filippo Maria Visconti uno dei Brusati di Morghengo, Baldassarre, esercitò la professione militare per i duchi e si arricchì: suo figlio Giovanni ed i nipoti Bergonzio e Giacomo continuarono a servire come soldati di ventura e al termine della loro carriera pensarono di edificare una solida dimora entro la fortezza familiare del paese. Occorreva però comperare le parti spettanti ai condomini, in modo da formare una superficie più piccola, ma compatta: non era certo impresa facile, anche se i parenti, che si erano trasferiti altrove acconsentivano a cedere le loro proprietà. Si segna l'esempio del 9 marzo 1435: Bergonzio e Giacomo si erano accordati con Agostino Brusati, abitante a Castano, per comperare una cantina ed una piccola casa con camino, aderente alle loro proprietà nel castello. Il prezzo pattuito fu di 80 lire, ma perché l'acquisto fosse valido occorreva il beneplacito del duca e Bergonzio fu costretto a scrivere una lettera al signore di Milano.
"I vostri fedeli servitori Bergonzio e i suoi fratelli Brusati di Novara chiedono il seguente favore: essi hanno beni immobili nel castello e sul territorio di Morghengo, distretto di Novara ed intendono comperare altre proprietà immobiliari nel medesimo castello, per un valore di 200 fiorini, ma dubitano che a questo loro desiderio sia di ostacolo il vostro decreto in cui si stabilisce che nessuna persona, a qualsiasi condizione sociale appartenga, presuma vendere ad altri delle parti di fortezza, fortilizio o luogo fortificato, posta in qualche luogo del dominio vostro, senza una vostra licenza speciale. Considerato che i supplicanti hanno campi e beni nel castello si degni la vostra maestà di dichiarare, anche con lettere patenti, che essi possano comperare possessi immobiliari nella fortezza e che i proprietari li possano vendere ai supplicanti."
Il 19 febbraio 1435 Filippo Maria rispose: "Noi, Duca di Milano, conte di Pavia e di Angera, signore di Genova, abbiamo ricevuto una supplica dai Brusati e desideriamo compiacere alla loro richiesta, pertanto con questa lettera dispensiamo e parimenti concediamo che possano comperare dai loro parenti tanti beni immobili nel castello sino alla somma di 200 fiorini. Pertanto deroghiamo alle disposizioni del decreto e a tutte le altre leggi che vietano simili atti. Manteniamo però in vigore le disposizioni relative ai passaggi di proprietà, effettuati con onere di ipoteca, anche se per questi beni si parla esplicitamente di immediato pagamento. E infine non intendiamo con questa lettera annullare i diritti di terze persone, anzi rispetto agli stessi la nostra dichiarazione non ha alcun valore. A testimonianza di ciò che affermiamo abbiamo ordinato che il presente scritto sia registrato e sia munito coll'impressione del nostro sigillo. Dato ad Abbiategrasso il 19 febbraio 1435, XIII indizione."
Il Brusati di Castano cedette i suoi beni ai fratelli ed incassò 80 lire. era avviato un processo per realizzare in seguito opere di ristrutturazione della fortezza.

Tra XV e XVI SECOLO: Il Periodo d'Oro del Castello

immagine ingrandita Castello di Morghengo (apre in nuova finestra) I lavori si fecero ed il 21 gennaio 1468 quattro donne della famiglia, tutte figlie e mogli di Brusati, si spartivano alcuni beni che testimoniano le trasformazioni avvenute: "una casa nella rocchetta di Morghengo, fatta di muro e coperta di coppi, insieme al fondamento del torrione e ad una parte del fossato; un terreno con rovine nel castello, dove un tempo vi era stato un casone, cioè un edificio di fango e di paglia con diritti sul fossato e sul torrione della rocca; una casa in muratura e coperta di coppi, con cortile, aia, orto e cascina coperta di coppi, e colombaia e il fondamento di un torrione nel castello." Nella fortezza si lavorava e sembra di capire che il torrione oggi superstite altro non sia che il torrione della rocca, citato in questo documento, da cui si desume anche la fase costruttiva di altre due grandi torri, probabilmente angolari.
In quegli anni a Morghengo si verificava un'altra novità, poiché il 9 gennaio 1467 il duca di Milano vendette ad Alpinolo Casati i diritti di giurisdizione, i dazi ed i proventi fiscali su Morghengo, che fu dichiarato terra separata dal distretto di Novara. Da quel momento i Casati ebbero diritto a nominare un podestà per amministrare la giustizia, ma non vollero mai interessarsi della fortificazione. La rocca fu posseduta prima del 1488 da Alberto Brusati e poi dai suoi figli, Giacomo e Bernardo; nella restante parte del castello abitavano gli altri appartenenti al nobile casato: Nella rocca, detta anche arce, e nel castello si svolgevano gli atti fondamentali della vita quotidiana e le cose di tutti i giorni, che piace ricordare poiché conferiscono un'impressione di un autentico vissuto al paese. Seguiremo dapprima Giovanni Brusati che abitava in castro e poi la storia infelice dei due fratelli, proprietari della rocca.

Due episodi di vita Quotidiana

l'11 agosto 1490 Giovanni Brusati ricevette nella sua casa castellana la visita di un rustico che abitava nelle vicine cascine di Rosiglione, oggi denominate di San Bernardino; il contadino che si chiamava Stefano, veniva a restituire al nobile un prestito di 35 lire, mutuato qualche mese prima e garantito da una cessione ipotecaria su di un campo "alle quare", in cui vi erano filagni di viti ed altini. Chiese ovviamente la restituzione dell'immobile ed il dominus convocò il notaio, pure appartenente alla famiglia dei Brusati, per la registrazione del contratto. Giovanni di certo aveva rapporti usurari con i suoi massari e con i rustici: solo in questo modo può essere inteso il testamento di un suo contadino, Alessino Cicale della Riviera, figlio di Guido Pietro da Pettenasco, che abitava ora a Morghengo in una povera casa del villaggio. Il 3 novembre 1491 Alessino regolò i suoi conti con gli uomini e con Dio: al Brusati doveva cedere per debito tutto ciò che possedeva ad eccezione di un mantello, lasciato alla moglie Agostina. Con Dio fu più semplice: chiese al Brusati di garantirgli due messe all'anno per 12 anni; poi gli impose di spendere una lira "per comperare la calcina necessaria per costruire il campanile di San Giacomo di Morghengo" , 11 soldi per pagare la campana fatta di recente nella parrocchia di San Martino e 11 soldi per comperare un drappo funebre.

La Storia dei Signori della Rocca.

Uno dei figli di Alberto Brusati, Giacomo, era divenuto cittadino di Milano, ove abitava nella Parrocchia di Santa Maria Pedone a porta Vercellina: il 24 dicembre 1494 si ammalò gravemente e non avendo ancora figli lasciò erede il fratello Bernardo, con la clausola che i beni avrebbero dovuto restare in perpetuo ai figli maschi legittimi di Bernardo ed in loro assenza ai discendenti naturali, ai bastardi e agli spuri. Mancando anche questi ultimi nominava erede il parente più prossimo della casata dei Brusati, con questa successione: prima i Brusati di Morghengo, poi quelli di Novara e infine il gruppo di Melegnano. Concluse poi con una formula interessante: "Se Bernardo e i discendenti avranno commesso delitti o omicidi -che Dio non voglia- per cui i beni saranno sequestrati dalla Camera Ducale, dispongo che sia immediatamente diseredato l'omicida e che la rocca di Morghengo passi in eredità al parente più prossimo, così che la confisca non abbia alcun effetto". E' evidente lo sforzo di mantenere entro la casata i beni e le sostanze del villaggio.
Giacomo guarì e nell'agosto 1496 si recò a Morghengo per curare i propri affari: il 6 agosto convocò nella rocca il parente Cristoforo e due rappresentanti dei proprietari terrieri del villaggio e si fece cedere in affitto perpetuo per 500 lire annue 200 moggia di incolto nella baraggia, da sempre goduti in comune dai possessori di immobili del paese. Dodici giorni dopo si recò con il fratello Bernardo a Camodeia per assistere alla morte dello zio, Dionigi da Camodeia, fratello della loro madre Filippina, costui dopo aver restituito la dote alla moglie e averle lasciato i panni di lino e di lana che portava, nominò eredi universali i due Brusati, impegnandoli a garantire alla vedova l'usufrutto e l'uso della casa e degli utensili, a patto che restasse fedele al defunto marito e non chiedesse di entrare in monastero. Poi Giacomo ritornò a Milano, mentre Bernardo continuava a risiedere nella rocca, ove ospitava il rappresentante di affari del fratello (negotiatorum gestor), che continuava ad acquistare terre a Morghengo e nei paesi vicini.
Tre anni dopo Giacomo morì, ma nel frattempo si era sposato con Ludovica da Gallarate e aveva avuto un figlio, Cesare Alberto, erede di tutti i suoi beni e della rocca. La donna ed il cognato dovettero occuparsi della soluzione dei complicati affari economici che Giacomo aveva realizzato nei confronti della sua numerosa parentela: si trattava in genere di prestiti su pegno fondiario per cifre considerevoli, che furono puntualmente pagate entro l'anno 1500. Ludovica restituì le carte di ipoteca e incamerò i capitali, ma erano anni difficili, poiché l'avvento dei francesi nel ducato non favoriva di certo una famiglia che aveva fatto fortuna durante il governo di Ludovico il Moro. Ora spettava a Bernardo amministrare il vasto patrimonio: rimangono solo quattro contratti per gli anni 1500-1503, ma sono sufficienti per conoscere le modalità di affitto, le coltivazioni e la provenienza dei locatari. Il Brusati agiva sempre in arce seu rocha Morghengi e trattava con affittuari di provenienza valsesiana; costoro accettavano di lavorare i campi con corresponsione di censi in natura, come la segale, il miglio e i pollastri. Per i prati i pagamenti erano in denaro, mentre gli edifici in paese, quali i cassi, le cantine e le case da massaro erano locati a condizioni diverse. Ad esempio una casa da massaro, costituita da domus murata et copata cum caminis, cassina, curia, orto e petia terre clausi, fu affittata per 12 lire annue, mentre un casso e mezzo, una cassina ed una cantina con un po' di cortile davanti, siti presso il fossato della fortezza, si locarono nel 1500 per 6 lire, un capretto a Pasqua, 2 capponi e 4 polli a Natale.
Da un punto di vista politico Bernardo rimase legato alla causa degli Sforzeschi ed in un conflitto a Gallarate il 3 dicembre 1505 rimase gravemente ferito , ma ebbe tempo di dettare il proprio testamento prima di morire. Secondo l'accordo di famiglia, deciso nel 1494, lasciò i suoi possessi e la rocca di Morghengo al nipote Cesare Alberto. Inoltre il Brusati decise che la tutela sarebbe spettata alla madre, Ludovica, che aveva sposato in seconde nozze Luigi del Mayno, e a Giacomo Brusati detto di Piacenza. Quest'ultimo non agì certo disinteressatamente, poiché affittò l'intero patrimonio di Cesare Alberto a suo fratello, prete Bernardino da Piacenza, che a volte veniva a dimorare a Morghengo; la madre stimò basso il canone e chiese un ulteriore aumento di 70 lire annue. Il prete lo concesse, ma ottenne in cambio l'assicurazione che avrebbe locato gli immobili sino alla maggiore età del giovane. Invece tra il 1508 ed il 1509 l'ultimo erede dei signori della rocca si spense e la madre, a cui toccò l'ingente fortuna, si affrettò a vendere ogni cosa a Francesco Maria Brusati, cittadino di Novara. L'arce di Morghengo aveva un nuovo signore, ma i Brusati controllavano ancora il castello ed il villaggio.

Un Curioso Inventario di Beni Immobili in una Casa del Castello

Ludovica da Gallarete apparteneva ad una famiglia che aveva case entro la fortezza di Morghengo ed il suo consanguineo Beltramo, un giovane orfano, nel 1497 al momento di passare sotto la tutela di uno zio, ordinò di redigere l'inventario dei beni mobili. Aveva una casa murata e coperta di coppi in castro, circondata da edifici dei Brusati ed aderente al passaggio comune e al pasquario; dinnanzi vi era la cascina de lignanime et paleis, formata da due cassi, uno chiuso con 20 assi e l'altro stoppatum de miligatiis.
Il notaio Brusati elencò poi gli oggetti che si trovavano in casa, iniziando dalla scorta dei cereali: due sacchi e mezzi di panico, 7 sacchi e una mina di segale, 3 sacchi di meliga. In cantina trovò due vasi vinari ed in cucina un coldrollum o grande paiolo, una padella di rame e due lebeti o catini. E poi una falce da fieno (ranzia), 9 assi, un divano, un tavolo, una cassapanca grande e 2 piccole, un barilotto di aceto, una falce messoria (megola) e 2 falcetti (megoleti), una falce da legna (falcetus), una zappa, una tenaglia, una lesina (fureta), una lima e 16 centonari di ferro, 10 canteri per il tetto della cascina, 3 sacchi di tela, una cavalla che valeva 8 ducati, una trave, ferri da cavallo, una catena di ferro per il camino, una raspa di ferro ed un lenzuolo.
La vita dei nobili, pur abitanti in un castello, non era certo comoda e neppure graziosa e leggiadra; gli oggetti quotidiani richiamano il lavoro dei campi e la durezza del vivere. Il mondo domestico dei Brusati e dei Gallarate era fatto di cose concrete che servivano alla cucina, alla stalla, alla cantina e ai cassi per il fieno e la paglia.

Le vicende della Rocca in età moderna

Alla metà del Cinquecento la rocca fu acquistata dal capitano Florio Tornielli, che vi stabilì la propria residenza per poter meglio amministrare i suoi beni nei vicini villaggi. La presenza di un estraneo, non integrato nelle tradizioni di famiglia, diede origine a liti relative ai diritti d'acqua; allora la fossa del castello non era asciutta come nel XII secolo, ma era colma in parte di acque piovane e in parte provenienti da rogge controllate dal Tornelli. Giacchè il capitano aveva trasformato molte terre in prati bagnati, utili per l'allevamento del bestiame, alla sua morte gli eredi, Francesco e Ludovico, bisognosi di acque per i loro campi, si accordarono con 9 Brusati, consignori del mulino e della roggia omonima, per usare a scopo irriguo le acque non utilizzate a fini di energia idrica al sabato e alla domenica. I figli di Francesco Tornelli, già defunto nel 1607, preferirono vendere per 43.000 lire a Gian Francesco Caccia "tutti i beni esistenti in Morghengo e San Bernardino, compresa la rocca nuova e quella vecchia di Morghengo". Anche i feudatari, dopo più di un secolo di presenza dei Casati, cambiarono: l'ultimo fu Antonio, che morì senza eredi nel 1598. L'inviato della Camera registrò per Morghengo 45 fuochi e 221 abitanti.
Il feudo -a quanto sembra- non era molto redditizio, ma dal novembre 1596 godeva della dignità di contea, per questa ragione Margherita, la sorella del defunto Antonio, chiese al re di Spagna l'autorizzazione ad acquistare i beni feudali che furono del fratello. Dopo lunghe discussioni il sovrano concesse il proprio assenso e il 31 maggio 1614 la donna, accompagnata da suo marito, Gerolamo Talenti-Fiorenza, prese possesso di Morghengo.
Ora la realtà dei padroni era davvero cambiata: nella rocca agivano i Caccia, i dazi e la giustizia erano amministrati e raccolti dai Talenti-Fiorenza e gli ingegneri non distinguevano più il castrum antico, la fortezza che nel XII secolo tentò di resistere agli assalti dell'esercito milanese.

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